Non per me.
Chi lo avrebbe mai detto?
Si passa da prigioniero a secondino a liberatore a… niente.
Ognuno di noi, che lo ammetta o no, fatica e lotta.
Lotta fuori, o lotta dentro, ma di certo lotta.
Lottiamo perché non sappiamo nulla di davvero significativo sulla nostra vita e ci affanniamo come matti a dimostrare, ad essere, ad appartenere a voler amore. Niente che dia veramente senso, però. Non in modo duraturo. Non in modo risolutivo.
Ci inganniamo, molto.
Partiamo da presupposti erronei, del tutto inventati. Non sappiamo molto della realtà.
Tanti “sanno” di essere una coscienza in un corpo, ma no, non lo sanno. Molti sanno di essere una persona, ma no, non lo sanno.
Non come sappiamo che se lasciamo cadere una biro dalla scrivania essa cadrà in terra. Non sappiamo nulla di noi in modo davvero certo.
Sappiamo solo che “ci siamo” e, davvero qualche volta, non vorremmo nemmeno quello. Perché non c’è scelta.
Tutti “sanno”, o pensano di sapere, che non possono sfuggire alla loro condizione umana.
Alcuni nella triste consapevolezza di ciò arrivano a togliersi la vita.
Ci si sveglia al mattino in un corpo. Senza scelta. Un corpo con una storia che ci inchioda alla maggior parte di cose che faremo nella giornata,, ma siamo davvero noi, quella corpo-storia?
Ci si sveglia al mattino in una prigione, con un passato, una condanna, delle responsabilità. Ma quanto abbiamo davvero scelta in tutto questo?
Oppure è la vita che ci ha scelto, che ha scelto per noi, senza darci opzioni?
Molti sentono che la prigione è stata chiusa da fuori, una vita che non scelta; altri che la prigione è stata chiusa da dentro, schiavi della mente.
Credere alla mente e pensarla “propria”. La “mia” mente o la mente?
Devono essere miei quei pensieri… sono nella mia mente.
Chi li sceglie? Quale voce li suggerisce all’orecchio della mia mente?
Così è anche per la vita che ci accade fuori. Siamo davvero fautori del nostro destino? La vita accade. Chi ha scelto di innamorarsi, di trovare quel lavoro, di avere “quegli amici”. Ad esser sinceri, nessuno ha scelto.
Una prigione fuori ed una dentro.
Ma chi è il carcerato?
Io? Io chi?
Cos’è in prigione? Chi è in prigione?
Un lampo, una coscienza che si accende il mattino e va dormire la sera. È quello che vive la storia. Ecco il prigioniero. Non se ne può
Una coscienza che vive l’esperienza, ma che non è l’esperienza.
E poi… dalla prigionia si passa alla libertà.
Perché quello è proprio uno strano tipo di carcerato. Un tipo assai libero.
Certo, perché il cambiamento avvenga il carcerato deve “vedere” di non essere dietro le sbarre, deve non più identificarsi con la prigione.
Allora scopre la verità.
Il carcerato scopre di essere libero perché soffre.
Soffre perché aspira alla libertà e soffre perché la prigione non dà libertà.
La prigione è sofferenza.
È libero se “vede” che la sofferenza è la prigione. Il motivo per cui è libero è che soffre in prigione. Non è carcerato. La sua natura è la libertà.
Essere libertà vuol dire soffrire in prigione. Si è libertà perché si soffre in prgione.
Può un uomo che ama i dolci essere un prigioniero in un mondo di snack salati?
Un uomo che ama i dolci è libero dal mondo di snack salati. Soffre se cerca di sfamarsi con gli snack salati.
Ecco che si scopre secondino.
Libertà soffre se si costringe a vivere in una prigione.
Ma libertà non può essere imprigionata.
Ecco cosa tiene la porta chiusa, la testardaggine a mangiar salato per trovare i dolci.
La natura di qualcosa non cambia in base al contesto in cui è messa.
La natura della libertà non cambia fuori o dentro della prigione. Soprattutto se, come in questo caso, è provare ad essere liberi in un corpo, in una storia che ci fa soffrire.
Quel lampo, quella coscienza è una entità fra i due mondi salati: i pensieri e le emozioni, dentro; i sensi e la materia, fuori.
E il secondino può diventare liberatore…

Scrivi una risposta a Nux Nucis Nuxer Cancella risposta