Che storia ti racconti?

Perché, di sicuro, ognuno si racconta una storia.

Nessuno di noi conosce sé stesso o il mondo in modo oggettivo. La nostra visione soggettiva della realtà e di noi stessi non è semplicemente una prospettiva della realtà oggettiva.

Noi non vediamo il mondo e noi stessi da un punto di vista neutro. Percepiamo una rappresentazione fortemente distorta.

Questa distorsione è causata dai limiti dei nostri sensi, dalle limitazioni della nostra capacità di elaborazione, dai difetti della nostra memoria, e, soprattutto, dalla nostra narrazione interiore.

Tutti questi elementi combinati fanno sì che la “nostra versione” del mondo sia, in pratica, un racconto che probabilmente si discosta molto dalla realtà.

A volte, penso che quei film o quelle serie distopiche, come Matrix e Black Mirror, non stiano descrivendo mondi possibili, ma una cruda verità che, consciamente o inconsciamente, scegliamo di ignorare.

In termini oggettivi, noi e il nostro mondo siamo qualcosa che un cervello chiuso in una stanza buia “immagina”.

E questa non è una cattiva notizia.

Chiariamo subito una cosa: non sono tra quelli che affermano: “Quindi, il mondo non esiste, è tutta un’illusione”. Credo che gli impulsi esterni che raggiungono i nostri sensi, per esempio, esistano (e non siano autogenerati come in un sogno). Ma questa è una questione di “fede”; nessuno può dimostrare di non trovarsi in una simulazione o in un sogno. Credo che esista una realtà esterna, ma sono consapevole che probabilmente è molto diversa da come mi appare.

C’è una grande differenza tra il mondo esteriore che vivo e quello che esiste veramente, così come c’è una grande differenza tra il mondo interiore che sperimento e quello che realmente è. Questi due mondi, che non sono altro che ombre della realtà, generano un racconto, una narrazione che io chiamo “la narrazione della vita”.

Alla mia età, posso essere abbastanza schietto da ammettere a me stesso e agli altri che “lo so”. So che continuamente io e gli altri scambiamo questa “narrazione” per realtà e interagiamo allegramente, inconsapevoli di cosa ci sia davvero là fuori e qui dentro. Voglio essere buono: forse non del tutto inconsapevoli, ma sicuramente consapevoli solo di una piccola parte.

E viviamo spensieratamente immersi ciascuno nel proprio film, scambiandoci parole e gesti (che, a loro volta, sono simboli), pensando di “fare” e “dire” delle realtà. È quasi un miracolo che riusciamo a capirci.

Quindi, senza voler allargare troppo il discorso ai massimi sistemi, quale storia ti racconti?

Per me, rendermi conto di questa realtà (per quanto ovvia) è stata una grande rivoluzione. Il mio mondo, la mia vita, non sono oggettivi, ma sono “una narrazione”.

Il mondo in cui “penso” di vivere è molto diverso dal mondo in cui vivo realmente.

E nessuno ha la minima idea di cosa sia il mondo vero. Ognuno conosce solo la propria narrazione interiore, che ne sia consapevole o meno.

Ora, se il mondo in cui vivi è un paradiso, non vedo alcun motivo per considerare ciò che sto scrivendo.

Scherzo, nessuno vive in paradiso. La sofferenza è presente nella vita di tutti. È intrinseca alla natura del mondo. Questo sì che è uno dei pochi dati che possiamo considerare “oggettivi” del mondo.

Il punto è: quale narrazione circonda la sofferenza nella tua vita? Pormi questa domanda è stato trasformativo per me.

Già, perché tutti si chiedono sempre come evitare questa benedetta sofferenza, come cancellarla quando è presente, me compreso, in passato.

Ma l’approccio è sbagliato. La sofferenza non si può eliminare o evitare. Possiamo arrivare a distorcere la nostra narrazione di noi stessi e del mondo, arrivando a reprimerla o ad ignorarla caparbiamente. È inutile. Lei è lì, anche se ti sei proibito di “sentirla”, anche se scegli di guardare sempre altrove.

È lì e fa il suo lavoro. Fa soffrire. Si può soffrire a livello inconscio, si può soffrire a livello conscio. Il punto è che si soffre.

Capitan Jack Sparrow dice: “Il problema non è il problema, il problema è come reagisci al problema”.

Verissimo.

È possibile cambiare il proprio approccio alla sofferenza, propria o altrui? Sì!

È questo che intendevo con “l’intervenire sulla narrazione”.

Intervenire sulla narrazione, però, non è un gioco da ragazzi. Richiede molta introspezione, onestà intellettuale e disponibilità a cambiare, ad evolversi.

Spesso, infatti, le parti della nostra narrazione che amplificano la sofferenza sono collegate a parti a cui non vogliamo rinunciare, o perché ci piacciono molto, o perché le riteniamo “vere”, “reali” e, quindi, indiscutibili. Cosa, probabilmente, intrinsecamente falsa.

Come si fa? Non sarebbe bello se potessi dirtelo in poche righe?

Posso dirti che si può fare. Posso dirti che, probabilmente, alla radice della sofferenza che vivi c’è la stessa domanda che attraversa l’esistenza di ogni essere umano e che, purtroppo, non ha trovato una risposta che si possa comunicare. La si può soltanto vivere.

5 risposte a “Che storia ti racconti?”

  1. Hai uno spazio interessante, ti vorrei seguire.

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    1. Volentieri, sono a disposizione.

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  2. […] ho accennato qui, siamo sempre immersi in una narrazione e per uscire da certi percorsi di trama (soprattutto se […]

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  3. […] di una tradizione consolidata, invece, ho potuto intervenire sulla mia narrazione (trattata qui e qui) in modo più radicale ed […]

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  4. […] Si tratta di scegliere, ma ne abbiamo già parlato qui. […]

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Scrivi una risposta a Massimiliano Pesenti Cancella risposta