Sintesi del percorso fino a qui:
Chiacchierata circa questo articolo:
La Chiesa sta morendo?
In teoria no. Gesù, a quanto pare, è stato chiaro: la Chiesa sarebbe durata fino alla fine dei tempi.
Ma di certo, oggi, non se la passa bene.
Dalle mie parti – in Europa – le chiese la domenica sono sempre più vuote. I sacerdoti diminuiscono drasticamente. Alcuni edifici religiosi vengono venduti non tanto per necessità economiche, quanto per semplice inutilizzo.
Ci sono profezie, visioni, che raccontano di una Chiesa ridotta al lumicino, destinata però a rinascere da piccoli focolai rimasti vivi.
Quello che è certo, oggi, è che stiamo vivendo una crisi formidabile.
Le cause? Non le so con precisione. Forse gli scandali ecclesiali, forse i cambiamenti sociali ed economici, forse la secolarizzazione.
Ripenso a mio padre (classe 1924): la sua fede era sicuramente più salda della mia.
Probabilmente perché apparteneva a un’epoca in cui si era più inclini ad aderire alle istituzioni e ai valori trasmessi dagli antenati. Un conformismo sociale, se vogliamo, che teneva tutto insieme.
Dagli anni ’70 in poi, il pensiero ha accelerato: le credenze tradizionali sono state messe in discussione con maggiore velocità.
E il risultato – almeno per come lo percepisco io – è che i fedeli che oggi frequentano la Chiesa (pochi) sembrano avere una fede molto meno robusta di quella dei nostri padri.
Certo, ci sono molte ragioni. Ma il punto per me è il risultato.
La fede di mio padre era forse più “semplice”, più istintiva. Ma anche molto più solida.
E questo, oggi, è un indicatore fondamentale ai miei occhi.
La fede del credente medio – sempre secondo me – è diventata più fragile: più critica, meno spaventata dal peccato, ma anche meno radicata.
Una conseguenza, forse inevitabile, dell’aumento della conoscenza, dell’apertura a culture diverse, della complessità del mondo moderno.
Ma se guardiamo alla fede per quello che è – un atto di fiducia, una visione concreta dell’invisibile – allora oggi siamo in un momento di debolezza.
C’è chi pensa che sia normale: la vecchia fede, basata anche su una certa ignoranza, si sgretola man mano che crescono le informazioni e le nozioni.
Io credo che questo modo di ragionare sia sbagliato.
La fede non nasce “da ciò che sappiamo”.
Opporre scienza e spiritualità è un errore.
Certo, la scienza ha messo in discussione tante affermazioni religiose – come la creazione del mondo in sei giorni – ma una lettura più consapevole della Bibbia, alla luce delle scoperte scientifiche, non ha nulla a che fare con la fede.
Non con quella cristiana, almeno.
Gesù ci ha chiesto di credere in Lui.
Credere che sia esistito, morto, risorto e asceso.
Credere che ci attenda nel Regno dei Cieli.
E questo non ha nulla a che vedere, per esempio, con l’anno esatto della sua nascita.
La fede – per come la intendo io – è l’intensità con cui riteniamo possibile, probabile, vero, che Lui sia davvero lì.
Proteso verso l’uomo, come nella scena della Cappella Sistina.
In attesa che anche noi facciamo un piccolo gesto verso di Lui.
Temo che l’uomo moderno sia caduto in una trappola – forse persino diabolica – che lo porta ad allontanarsi dalla fede. Questo accade perché, di fronte a prescrizioni come quella del Levitico che condanna i tatuaggi (un tema su cui oggi siamo molto più tolleranti), si tende a rendere meno attendibili anche altre parti, come ad esempio il Vangelo.
Ho il sospetto che ridiamo alle battute degli stand-up comedian su Gesù perché, in fondo, pensiamo che la sua sia una storia simbolica, un mito morale, più che un evento storico.
E lo ripeto: a me non interessa sapere se Cristo è nato il 25 dicembre o se quell’anno fosse davvero lo 0.
Mi interessa la forza della fede. La sua qualità. La sua tenuta.
Forse per mio padre era più facile credere. Forse oggi servono altri presupposti.
Ma poi, alla fine, sono tutte giustificazioni razionali.
La vera domanda è:
Hai davvero aperto la porta alla Sua realtà?
Quanto sei disposto a scommettere sulla fede?
A me pare che il credente medio oggi scommetta ben poco.
Mi sembra che viva la “narrazione di Cristo” come un insieme di gesti perlopiù meccanici, dal valore morale o sociale.
Ma chi di noi, oggi, sarebbe disposto a morire gridando: “Cristo vive”?
Temo pochi. Eppure, quella era la fede dei primi cristiani.
Parlo del credente medio con cognizione di causa: perché io sono uno di loro.
Sto cercando, con fatica e passione, di uscire da anni di inerzia cristiana.
Un’inerzia che ha appesantito, a tratti soffocato, la mia vita spirituale.
Eppure, il messaggio di Gesù è chiarissimo:
Non è la sua grandezza (indubitabile) a smuovere le montagne. È la nostra fede.
Oggi ci è chiesto di ricostruire le ragioni della fede su basi nuove.
Una fede che cerca l’intelletto: fides quaerens intellectum, versione 2025.

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