L’umiltà è una figata.

Riassunto delle puntate precedenti:

Chiacchierata su questo articolo:

L’umiltà è una figata

C’è qualcosa di più cattolico dell’apologia dell’umiltà?

Lo so, spesso viene fraintesa come “falsa modestia” — quel mettersi in mostra mentre ci si mette, apparentemente, al servizio degli altri. E altre volte diventa un dovere morale: bisogna essere umili perché “così ha fatto Lui”.
E va già meglio, certo, rispetto all’umiltà di facciata. Ma ho spesso l’impressione che ai cristiani sfugga la vera direzione verso cui l’umiltà vuole condurre.

Cominciamo da qui: Gesù ha fatto dell’umiltà e della mitezza la sua firma più riconoscibile. Certo, possiamo citare l’episodio del tempio e dei mercanti come un’eccezione, ma in ogni altro gesto è stato coerente.
Sapeva chi era — il Figlio di Dio — e non l’ha nascosto. Ma nei comportamenti è sempre stato umile, sempre mite.

Così tanto umile che, dal punto di vista del mondo, la sua storia sembra una sconfitta. È la storia di un uomo che muore.
Sì, poi risorge, ma anche nel “dopo” non ci sono rivincite spettacolari, né punizioni esemplari per chi l’ha tradito o condannato. Nessun trionfalismo. Solo continuità nella mitezza. Il Figlio di Dio si è fatto piccolo.
E la retorica cristiana, giustamente, ci invita a fare lo stesso. Ma per riuscirci davvero, dobbiamo andare più a fondo.

Nei miei articoli precedenti ho parlato del “Punto Zero”, uno stato in cui ci si avvicina al silenzio interiore, all’assenza dell’ego. È un concetto che ha affinità con alcune visioni buddiste, ma può essere vissuto anche in chiave cristiana.
Se proviamo davvero a fare quel passo indietro dalla nostra mente — dal rumore dei pensieri, dei sentimenti, delle identificazioni — accade qualcosa di curioso: non sappiamo più dire con certezza chi o cosa siamo.
Tutto ciò che percepiamo (idee, emozioni, ricordi) appare come qualcosa che osserviamo… non come ciò che è la coscienza.
Ed è lì, in quello spazio di vuoto vigile, che può sorgere un dubbio prezioso: e se non fossimo nessuna delle cose che osserviamo?

Gesù parla spesso di un Regno dei Cieli “vicino”. Non intende un luogo lontano nel tempo o nello spazio, ma una realtà spirituale già accessibile, qui e ora. È il suo vero Regno.
Per entrarvi, però, ci chiede di compiere un distacco: lasciare il “mondo”, che potremmo intendere sia come mondo esterno (successo, potere, approvazione), sia come mondo interno (ego, attaccamenti, illusioni).

Ci chiede di fidarci di Lui, di seguirlo, di fare come ha fatto Lui.
Di rinnegare noi stessi, non nel senso di annullarci, ma di liberarci da ciò che non siamo.
Non ci invita all’umiltà e alla mitezza per renderci semplicemente “buoni cittadini”, ma per condurci fuori da un sistema sbagliato, che ci distrae dal vero cammino.
È un invito radicale, ma anche liberante.

Ho già parlato di quella sete esistenziale profonda, che ci accompagna fin dall’inizio e che nessuna esperienza terrena riesce davvero a placare.
Per me, quella sete è una chiamata: un richiamo verso qualcosa di “oltre”, un mondo più vero.

Ecco perché credo che l’umiltà sia una misura concreta del nostro cammino spirituale.
Se vogliamo capire quanto siamo vicini al Punto Zero — a quello stato di verità interiore — possiamo chiederci: quanto siamo capaci di essere umili?

Gesù, il Figlio di Dio, è stato il primo a percorrere questa via.
Il fatto stesso che abbia preso forma umana è, in sé, un atto di umiltà sconvolgente.
Durante tutta la sua vita, non ha fatto altro che indicare questa strada: l’umiltà come passaggio d’accesso al Regno dei Cieli.
Non un optional, ma il cuore stesso della via.

Nelle Beatitudini, Gesù dice: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli” (Matteo 5:3).
Cosa significa essere “poveri in spirito”? Significa riconoscere, con semplicità e verità, il proprio bisogno di Dio.
Significa smettere di fingere autosufficienza, e accettare il vuoto interiore come spazio da colmare con la Sua presenza.

Se dopo tutto questo parlare di Punto Zero ti stai chiedendo da dove cominciare, la risposta è qui: sintonizzati su quella sete profonda che abita in te.
Non basta riconoscerla. È necessario riconoscersi assetati.
Assetati senza nulla da offrire in cambio. Solo così nasce lo stato d’animo giusto per volgersi davvero verso Dio.

È l’umiltà — vera, silenziosa, senza pretese — a prepararci all’incontro con Lui.
Non la perfezione, non il merito, ma il vuoto che accoglie.

Quando ci troviamo nel Punto Zero — spogli di pretese, immersi nell’umiltà vera — è come se potessimo avvicinare il volto alla Sua veste.
Come se la nostra guancia potesse sfiorare il tessuto della Sua tonaca.

È lì che comincia tutto: non con un grande gesto, ma con un piccolo cedimento interiore, una resa silenziosa.
L’umiltà è grazia che ci apre la porta, ancora prima che entriamo davvero nei fondamenti della fede.

Se vorrete, potremo camminare insieme dentro questa narrazione cattolica, scoprendola non come una dottrina da imparare, ma come una via viva, concreta e trasformativa — capace di toccare la vita vera, giorno dopo giorno.

Lascia un commento