Riassunto delle puntate precedenti:
Chiacchierata su questo articolo:
La proposta indecente
A questo punto del percorso – dopo diversi articoli – posso iniziare a dare per scontato che abbiamo fatto insieme un po’ di strada. Vi chiedo di seguirmi ancora una volta, e se qualcosa non fosse chiaro, scrivetemi: sarò felice di rispondere.
Siamo nel nostro Punto Zero.
Con questo termine intendo quello spazio interiore in cui non siamo più identificati col corpo immerso in una realtà esterna, ma cominciamo a riconoscerci come un campo di coscienza in cui tutto – percezioni, pensieri, emozioni – appare e scompare. Non siamo il sentito, ma il sentire. Non siamo solo ciò che accade, ma ciò che ne è consapevole.
Abbiamo anche visto che ciò che normalmente consideriamo “interno” e “esterno” (pensieri da una parte, suoni o immagini dall’altra) in realtà appaiono tutti come oggetti nella coscienza. Tutto si manifesta dentro questo spazio consapevole che chiamiamo “io”.
E poi, dentro questo panorama interiore, c’è qualcosa di diverso: una sete.
Una sete di pace, di senso, di giustizia, di felicità duratura.
È una sete profonda, che nessun oggetto esterno o pensiero interno sembra poter soddisfare del tutto. Una mancanza esistenziale, una spinta continua verso qualcosa “di più”.
Nel racconto materialistico del mondo – dove tutto è fatto di materia e tutto nasce dal caso – questa sete non ha risposte. E questa assenza, spesso, diventa sofferenza e frustrazione.
Ma qui nasce una possibilità radicale:
E se quella sete esistesse perché esiste un’acqua capace di dissetarla?
Un’acqua che, per definizione, non appartiene né al mondo esterno né al mondo interiore così come li conosciamo. Un’acqua che viene da “altrove”.
Se è così, allora deve esserci una dimensione ulteriore, capace di entrare in contatto con il nostro spazio interiore. Un mondo spirituale, a cui quella sete appartiene.
E il Punto Zero – questo spazio interiore di silenzio e consapevolezza – è l’unico luogo in cui possiamo davvero cominciare a cercarlo.
Ora, certo: si può praticare spiritualità anche restando dentro la narrativa del corpo-mente. Molti lo fanno. Ma, almeno per quanto riguarda la visione cattolica, credo che sia molto meno fecondo.
Noi cattolici siamo chiamati a un rapporto intimo e diretto con il Signore. La Scrittura lo dice chiaramente: Dio parla nel cuore.
E per “cuore” non si intende certo l’organo fisico, ma quel luogo profondo in cui siamo a contatto con la nostra vera natura.
Ecco: io credo che quel cuore sia il nostro Punto Zero.
Per alcuni, il Punto Zero è solo uno spazio mentale “prima” dei pensieri.
Ma per chi lo riconosce, può diventare una cattedrale immensa, silenziosa, luminosa.
Tutto dipende da quale narrazione guida la nostra vita.
L’ho detto in mille modi: si può bere uno champagne distrattamente o gustarlo con attenzione.
La stessa cosa vale per il nostro Punto Zero.
Come vuoi viverlo, tu?
Da questa scelta dipenderà la possibilità di dare davvero soddisfazione a quella sete interiore.
Il Punto Zero può sembrarti solo un vuoto. Un non-luogo. Un silenzio che non dà nulla.
E infatti molti, anche tra i praticanti spirituali, preferiscono riempirlo di immagini, simboli, fantasie.
Oppure… puoi iniziare a viverlo come il punto più sacro di te.
Il luogo di contatto con l’oltre.
E adesso…
Ti faccio una proposta indecente.
Prova a considerare il tuo Punto Zero come la tua personale Cappella Sistina.
Come il punto in cui puoi sentire il senso profondo delle cose.
Come il tuo telefono diretto con il Creatore.
In fondo, che hai da perdere?

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