Riassunto delle puntate precedenti:
Sintesi dell’articolo:
Che farsene del Punto Zero.
Abbiamo intuito che esiste uno spazio interiore, che possiamo chiamare “mezzaluna di luce”. È un richiamo alla “mezzaluna fertile” della Mesopotamia, terra tra due fiumi. Anche qui, i due fiumi sono simbolici: uno rappresenta il mondo esterno, l’altro il nostro mondo interno.
Tuttavia, ciò che crediamo di essere – la storia che raccontiamo a noi stessi su chi siamo – è spesso molto distante da questa visione. Non ci percepiamo come uno “spazio di coscienza” in cui fluiscono esperienze interiori ed esteriori. Ci vediamo piuttosto come un corpo compatto, abitato da un cervello che comanda tutto il resto. Pensiamo di avere una mente che controlla le azioni, le decisioni, i pensieri.
Eppure, a un’analisi più attenta, questa idea si rivela fallace.
Le nostre convinzioni più profonde non risiedono nella mente consapevole, quella che fatica perfino a mantenere l’attenzione su ciò che stiamo pensando o sentendo in questo momento. Le nostre reazioni e interpretazioni del mondo derivano da meccanismi molto più radicati, spesso inconsci.
Prendiamo un esempio semplice: un cane ci viene incontro. Possiamo percepirlo come una minaccia o come un amico che cerca coccole. Ma questa reazione non è davvero “scelta” da noi nel momento presente. È il frutto di esperienze passate, memorie, condizionamenti. È il nostro inconscio a determinare il pensiero che ci appare in quel momento.
Noi ci illudiamo di “fare” i pensieri nel qui e ora. In realtà, quei pensieri sono prodotti da ciò che è già scritto dentro di noi.
La maggior parte delle persone è convinta di pensare e agire in modo consapevole. In realtà, per la quasi totalità del tempo, ciò che facciamo è reagire automaticamente, mossi da impulsi profondi e schemi appresi.
Finché continueremo a considerarci “comandanti al timone” della nostra vita, saremo – paradossalmente – meno liberi. Saremo burattini in balia dell’inconscio e delle circostanze esterne. Mi dispiace, ma è così.
È qui che entra in gioco una nuova mappa, una nuova prospettiva.
Questa mappa non è la realtà in sé, ma ci aiuta a orientare la nostra esperienza. Ci invita a riconoscere che esiste uno spazio interiore – la “mezzaluna di coscienza” – che accoglie tutto ciò che emerge: un suono, un’emozione, un pensiero. Tutto arriva “da fuori” o “da dentro”, ma noi non scegliamo cosa appare. Ci limitiamo a farne esperienza.
Non sappiamo davvero chi siamo, ma è certo che facciamo esperienza di ciò che arriva alla nostra coscienza. E con queste esperienze possiamo interagire, se diventiamo consapevoli del loro emergere.
Diventa quindi fondamentale comprendere – non solo con la mente, ma in modo diretto – che noi siamo questo spazio che accoglie l’esperienza. Non siamo ciò che vediamo, sentiamo o pensiamo: siamo ciò che è consapevole di tutto questo.
È lo stesso spazio che si lascia assorbire da un film, da un sogno, da un’opera d’arte. Quel momento in cui “scompariamo” come ego e restiamo solo come presenza, come coscienza che osserva.
Perché questa nuova mappa possa davvero sostituire quella vecchia – l’idea dell’“io” che controlla e decide tutto – serve qualcosa in più di una semplice comprensione teorica. Dobbiamo riconoscere questa verità a un livello più profondo e farne esperienza diretta, soprattutto all’inizio.
Ci sono due momenti privilegiati in cui è più facile percepire la nostra vera natura:
- al mattino, appena ci svegliamo, quando la coscienza si riattiva;
- alla sera, prima di addormentarci, quando la mente si placa.
In quei brevi istanti, possiamo sentire la realtà della coscienza in modo più puro, senza distrazioni. È lì che emerge la domanda più antica e fondamentale: “Che senso ha tutto questo?”
Ma finché rimaniamo convinti che ogni pensiero sia “nostro”, e che l’unica realtà valida sia quella materiale o spirituale esterna, non riusciremo a fare il passo decisivo. Non riusciremo ad aprirci a una conoscenza più intima, più essenziale.
La nostra natura originaria è la capacità di essere coscienti. Ancora prima di dare un nome alle cose, prima di comprenderle o di volerle cambiare, eravamo già in grado di percepire. Fin da quando eravamo nel grembo materno.
È da lì che dobbiamo ripartire: non con una tecnica, ma con un ritorno semplice e naturale a ciò che siamo davvero.
Questo è il Punto Zero. Non un obiettivo da raggiungere, ma un “luogo” interiore da ricordare. È come tornare a casa. Quando lo facciamo, tutto il resto – famiglia, lavoro, relazioni, gioie e dolori – resta importante, ma si ridimensiona. Non scompare, ma viene visto da un’altra prospettiva.
Capire questo cambia tutto: esistono gli oggetti della vita, e poi esiste qualcosa che li osserva. Questo “qualcosa” non è il mondo, non è il corpo, non è il pensiero. Ma è consapevole di tutto questo. È la coscienza.
Non sappiamo cosa sia esattamente, ma è ciò che più si avvicina alla nostra natura reale. Se questa è la verità, allora l’altra narrazione – quella dell’“io” padrone del proprio destino – è un’illusione.
Ecco perché l’essere umano vive spesso una sete inestinguibile: perché si identifica con un’immagine di sé che non corrisponde a ciò che è davvero. Crede di essere un attore libero, ma è intrappolato in un sogno.
La coscienza, quella che noi siamo, si manifesta nel corpo e nel cervello, ma non è quel corpo o quel cervello. È ciò che fa esperienza del corpo e del mondo, ma non li tocca mai direttamente.
Se ci identifichiamo con ciò che osserva – e non con ciò che viene osservato – allora iniziamo a svegliarci. Iniziamo a vivere non più nel sogno, ma in una realtà più profonda.
Per accedere a mondi più vasti, per comprendere davvero ciò che siamo, dobbiamo fare un passo indietro, senza muoverci di un millimetro. Dobbiamo riconoscere il Punto Zero: quello spazio silenzioso e presente da cui tutto appare.
E tu?
Sei ancora una persona?

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