Muoversi senza partire
Riassunto delle puntate precedenti:
Sintesi dell’articolo:
Lo zen è pieno di queste affermazioni apparentemente paradossali che esprimono bene i suoi insegnamenti.
Fino ad ora abbiamo parlato spesso del Punto Zero. Abbiamo capito che il Punto Zero non è un luogo da raggiungere, bensì una reinterpretazione del luogo dove la nostra vita, la nostra esperienza, accadono. Ho cercato di mostrare come noi pensiamo di vivere in un mondo, con un corpo che contiene una coscienza, come degli “io” ben definiti, degli individui compatti. La realtà della nostra esperienza, al di là di questa narrazione inventata, è ben diversa.
Questo “io” che noi siamo è spesso scambiato per lo stato di veglia, mentre è ovvio che quello sia soltanto una modalità di essere molto specifica. Ridurre ciò che noi siamo a quello che si accende al risveglio al mattino vuol dire negare l’esistenza di tutto quello che siamo, ad esempio, mentre dormiamo. È fin troppo evidente, infatti, che non smettiamo di esistere quando la veglia scompare. Il discorso è lo stesso se teniamo in conto che esiste un inconscio, bello attivo e presente durante la veglia, ma invisibile agli occhi della mente in stato di veglia. Anche l’inconscio è “io” eppure è fuori (per definizione) dallo stato di veglia.
Lo stato di veglia è, a sua volta, uno stato molto sfumato che ha diversi gradi di vigilanza. Va da sé che quell’”io” è molto di più della luce che si accende al mattino e si spegne la sera. È un oceano molto più vasto e misterioso. Eppure tendiamo a considerare “io” quello stato in cui vediamo, tocchiamo, pensiamo, ci emozioniamo; il motivo è molto semplice. È il momento nel quale creiamo memoria, ci pare di fare azioni, insomma non è in dubbio che “esistiamo e viviamo”.
Dobbiamo però, se siamo onesti intellettualmente, ammettere che quello è soltanto una parzialità di qualcosa di molto più complesso e completo. Io la chiamo la mezzaluna di consapevolezza in cui, tanto per affinarne ancora di più la descrizione, “compaiono” gli oggetti della nostra esperienza. Oggetti provenienti dal mondo esterno (attraverso i sensi) e gli oggetti provenienti dal mondo interno (pensieri, emozioni). Se siamo sinceri fino in fondo, sono “fenomeni” che appaiono nello stesso campo di coscienza, non in due posti diversi. Diventiamo consapevoli di un suono nello stesso luogo di dove percepiamo un pensiero. Provengono da due mondi che consideriamo separati (il fuori e il dentro), ma sono comunque dentro “il nostro campo di coscienza”.
È come se emergessero da un’ombra e si accendesse su di loro il lume della nostra consapevolezza. Arriva un suono e se ne va. Arriva un pensiero e se ne va. Sempre all’interno del nostro campo di consapevolezza.
Orbene, che cosa è quel campo di luce e consapevolezza prima che un pensiero affiori o che un suono ci visiti? È quell’area indistinta che siamo convinti sia la casa di quell’io, ma, abbiamo visto, quell’unità corpo-inconscio va oltre il conscio fa certamente parte dell’individuo-persona. Quell’area è semmai un “pezzo” dell’individuo, la sua parte razionale e cosciente, ma che caratteristiche ha? Ha forse un nome? Oppure il nome fa parte di una storia stipata nella memoria e nelle esperienze passate? No. la coscienza in sé, non ha un nome, il nome è un’etichetta che deriva dal nostro set di reminiscenze. Infatti, in un sogno o durante la visione di un film molto coinvolgente, questo campo di coscienza cambia la sua identità molto facilmente. Non ha un sesso, ma vive impulsi e attrazioni che arrivano dal suo corpo. Se di punto in bianco questi stimoli cambiassero non avrebbe remore a cambiare impostazione.
Questo lampo di coscienza entro cui tutto accade è collegato sì al mondo interno (inconscio, emozioni e pensieri) e a quello esterno (percezioni) e ne accoglie le manifestazioni. Questo è il Punto Zero. Ciò che siamo al di là degli oggetti dell’esperienza, durante il nostro periodo di veglia.
È come stare in cima ad una collina nella sola zona illuminata dal sole; sotto di noi ci sono valli inconsce nell’ombra e sopra di noi, oltre il cielo, stelle e galassie. Noi vediamo solo ciò che è illuminato dal sole e possiamo “supporre” sulla base della nostra storia e della conoscenza di quell’individuo che vi sia molto altro oltre il nostro sguardo.
Vedete? Non ci siamo mossi di un millimetro da dove siamo, abbiamo soltanto riletto la nostra visione, l’abbiamo purificata. Qualunque cosa sia l’io non è soltanto lo stato di veglia. Lo stato di veglia è però il nostro reale campo giochi, l’unico ambito in cui possiamo agire consapevolmente.
In questa area di franchezza abbiamo cercato di mettere a fuoco la nostra tristezza esistenziale che pareva immotivata. Come è possibile infatti che un uomo fatto per vivere solo in quei due mondi (dentro e fuori) non possa mai trovare vera pace e soddisfazione duratura (in quei mondi tutto passa e cambia sempre) benché la desideri profondamente? Da qui l’importanza di mettere bene a fuoco quella sete.
Molti individui infatti pensano che quella sete apparentemente inestinguibile si debba soddisfare di volta in volta raggiungendo sempre nuovi obiettivi in un circolo vizioso destinato per sempre alla sofferenza e alla fuga da essa. Lo abbiamo detto bene, vogliamo il dolce e siamo immersi in un mondo (sia dentro che fuori) di snack salati. Siamo pieni di bottiglie di whisky quando abbiamo sete d’acqua. Fondamentale è mettere a fuoco la propria sete di qualcos’altro. Qualcosa che sembra sempre sfuggire.
Ecco, quella sete presuppone l’esistenza dell’acqua. Quest’acqua non c’è in questi due mondi e allora che fare? Si deve e si può, se si vuole, presupporre che esista almeno un altro mondo. Quello spirituale, quello in cui quella sete ha perfettamente senso e nel quale questa sofferenza esistenziale non fa altro che spingerci.
È possibile che esista un mondo oltre ai due che abbiamo considerato fino ad oggi? Certo.
Pensandoci bene, questa luce di consapevolezza entro la quale “sta” il nostro stato di veglia è in contatto con i due mondi perché essi si manifestano nell’esperienza attraverso gli oggetti dei sensi, siano essi interni ed esterni. Esistono forse oggetti che si manifestano dentro di noi che non appartengono a questi due? Ma certo! La sete è certamente uno di questi!
Ecco che la sete, resa cocente dalla sofferenza esistenziale, diventa l’impronta che Dio (sapete che mi esprimo da cattolico, ma scegliete voi come chiamarla) ha lasciato dentro di “noi”, una voce che ci chiama a sé. Una chiamata a qualcosa che vada oltre i due mondi.
Vedete ancora? Non ci siamo mossi di un nanometro, siamo ancora al Punto Zero, ma il viaggio è iniziato.

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