Riassunto delle puntate precedenti:
Sintesi di questo articolo:
Una delle idee più belle e difficili da apprezzare nel buddhismo che ho incontrato è stata l’assenza del sé. Dopo l’impermanenza e l’interdipendenza, chiaramente.
Se c’è un difetto che ho riscontrato nella comunicazione del cattolicesimo standard (senza andare su Meister Eckhart o San Giovanni della Croce) è proprio la mancanza di chiarezza su questo punto. Lo so, è un’affermazione un po’ radicale, sono consapevole che sia un aspetto difficile da cogliere ed è anche vero che di base nessuno voglia coglierlo di sua sponte per paura di “sparire”.
Intanto, cosa si intende per assenza del sé? Semplice: significa comprendere meglio che cosa significa “io esisto” e vedere svanire una certa idea di “io”.
“Io esisto” nella visione comune significa “io sono una mente, una coscienza all’interno del mio corpo”. Questa definizione è fallace; spesso si associa questa “mente” allo stato di veglia in cui abbiamo l’impressione di essere padroni del nostro corpo e dei nostri pensieri, ma la veglia non è tutto ciò che siamo.
Lo stato di veglia scompare quando ci addormentiamo e quindi, semmai, è soltanto una modalità del nostro essere, non l’unica; altrimenti significherebbe che quando lo stato di veglia non c’è (in coma o durante il sonno) semplicemente “non saremmo”. Invece, nessuno pensa realmente di smettere di esistere quando andiamo a dormire o, peggio, che chi è in coma non esista più.
È fallace perché è ampiamente dimostrato che quando siamo nello stato di veglia noi “non siamo i padroni” del nostro corpo, delle nostre emozioni, dei nostri pensieri. Esiste una cosina chiamata inconscio, viva, vigile e presente durante la veglia, che pilota la nostra mente razionale molto, molto di più di quanto la mente razionale piloti l’inconscio.
Cosa siamo allora? Che cosa è quell’“io esisto”?
Se siamo onesti con noi stessi e partiamo da ciò che conosciamo davvero per esperienza diretta, dobbiamo limitarci a dire che questo stato di veglia, che si attiva al mattino e si spegne la sera, è l’unico campo di giochi nel quale la nostra coscienza può giocare consapevolmente.
In quel campo di giochi non possiamo giocare se stiamo dormendo o siamo in coma.
Quel campo di giochi è però soltanto uno spicchio molto sottile di luce di consapevolezza fra due mondi in ombra. Esso riceve parziali segnali dal mondo interiore profondo (alcuni pensieri, alcune emozioni) e dal mondo esteriore lontano (qualche suono, qualche immagine).
Quel campo giochi è tutto quello che abbiamo per lavorare. In quel campo di giochi (ne abbiamo parlato tanto qui, qui e qui) possiamo sentire la “sete” che ci rende insoddisfatti del mondo così come ci appare.
Questa sete ci fa soffrire. Chi ama la sete soffre nel mondo.
Giovanni 15,19 (dal discorso di addio): “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia.”
Proprio quella sofferenza ci fa da “faro” verso un’acqua che non sembra essere di questi due mondi (interiore ed esteriore).
Giovanni 17,14-16 (dalla Preghiera sacerdotale di Gesù): “Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.”
È a questo punto che il carcerato si libera. Se esiste la sete esiste l’acqua, dunque il vero dissetarsi, la vera libertà.
Il problema è che ammettere a sé stessi che non siamo il nostro lavoro, il nostro ruolo sociale, che non siamo nemmeno padroni del nostro corpo e della completezza della nostra mente può essere avvilente per chi ha puntato tutta la sua vita sull’essere una persona con nome e cognome.
Abbandonare questa illusione è però necessario. La visione tradizionale cattolica lo include apertamente.
Luca 9,23: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.”
Giovanni 12,25: “Chi ama la propria vita la perde e chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.”
Si tratta proprio di una sorta di lutto, di morte interiore. Se ne parla spesso di questo passaggio dall’uomo vecchio all’uomo nuovo nel cristianesimo, ma ho sempre percepito una sorta di “vaghezza” nel definire questo passaggio.
Nelle religioni orientali è molto più chiaro (mi pare). Si dice esplicitamente che c’è da lasciare andare le illusioni e gli attaccamenti e cercare cosa c’è di reale per davvero dentro di noi.
E tornare al “punto zero” di questa piccola mezzaluna di luminosa coscienza che non ha nome e non è né dentro né fuori è un passo FONDAMENTALE.
Bisogna per forza ripulirsi, purificarsi, “dal mondo” o meglio dai mondi (interiore ed esteriore) per vedere che ciò che di reale esiste per davvero è la coscienza, la fonte di ogni esistenza.
In questo luogo Alberto non c’è, non c’è la mia storia, non c’è il mio lavoro, non c’è la mia famiglia.
Luca 14,26: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.”
Matteo 10,37: “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me.”
Nel punto zero non ci sono interferenze. Ed è da qui che iniziamo a fare il viaggio di scoperta di che cosa non è né del mondo dentro né del mondo fuori eppure esiste.
E… tranquilli, poi i mondi tornano a essere importanti, ma in una luce rinnovata!

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