Riassunto puntate precedenti
Chiacchierata sull’articolo:
Spiritualità ok, ma mistica.
Ci sono molti modi diversi di vivere la spiritualità: la partecipazione alle celebrazioni, lo studio dei testi, la vita di comunità e, appunto, la contemplazione, la mistica.
Per me, la spiritualità è mistica o semplicemente non è.
Ovviamente, dietro il percorso mistico ci sono milioni di diverse e approfondibili versioni, ma, visto il tenore del blog e l’impostazione semplificata che vorrei tenere almeno per ora, definisco come mistica la via della spiritualità che guarda all’esperienza diretta del divino, del trascendente.
Ovviamente, non escludo le altre espressioni della spiritualità, ma sono per me volte ad aiutarmi a vivere in modo personale e trascendente la mia relazione con il divino.
Avendo fatto outing circa la mia adesione al cristianesimo cattolico, non prescindo, quindi, dalla messa, dalla comunione e dagli altri sacramenti. Includo nelle mie pratiche la lettura/studio della Bibbia, la preghiera, il magistero dei santi e, ovviamente, l’adorazione.
La mistica è la casa nella quale la mia sete, la mia chiamata alla pace, mi ha portato.
Riconosco l’importanza e la necessità di tutto il resto, ma è nella relazione personale e diretta con la sfera spirituale che sento di essere davvero dove devo essere.
Si tratta, per me, di cercare, sempre e di nuovo, quel particolare stato di grazia che prelude e propizia la connessione amorosa, estatica, spirituale.
Certo, la lectio divina, in particolare la “ruminatio”, sono utili alla creazione della predisposizione interiore; così come pure la preghiera e la contemplazione/meditazione.
Ma la mia pratica trova il suo culmine nel silenzio d’amore, fecondissimo, in cui tento, pur con tutti i limiti, di entrare nella disponibilità ricettiva necessaria.
Ci sono arrivato per caso, molto prima di tornare ad essere cristiano.
Mi è successo “per caso” di vivere un’esperienza di profonda connessione con il momento che stavo vivendo. Una sorta di apertura estatica nella quale era scomparsa ogni domanda e mi trovavo traboccante di gioia.
Ho cercato di dare un senso a quel lampo di conoscenza e mi è parso di averlo trovato nelle discipline orientali che ho studiato, ma devo dire che, a lungo andare, quelle visioni non mi sono parse complete. Ovviamente, non sono nella posizione di poter giudicare altro che la mia esperienza e “la narrazione” che prendeva forma in me non era in grado di fornirmi una mappa complessiva.
Diverso è stato quando ho preso in considerazione uno dei capisaldi del cristianesimo: l’amore di Dio.
Ogni uomo è amato da Dio, e l’uomo può “sentirsi amato”.
Concetto semplice, ma non scontato da praticare.
Eppure, questa mi è sembrata la migliore descrizione dell’esperienza che avevo avuto e che stavo cercando di integrare nella mia vita.
Quell’integrazione molto particolare con “ciò che è” è stata un’immersione in una gioia non casuale. Ho sempre pensato che fosse come una fonte pura che è sempre stata lì a disposizione degli esseri umani. Una possibilità, una porta di accesso.
In quell’estasi non c’erano dubbi sul fatto di “essere a casa”.
Il problema è, però, che quelle meravigliose “capatine” in paradiso erano temporanee e, di certo, non facili da ritrovare.
Sono passati anni fra ognuna di queste e, devo dire, purtroppo non sono state più di 3 o 4.
Sono state abbastanza, però, per spingermi a trovare la strada verso casa.
E il Cristianesimo è questo. Non si contano i riferimenti a questa possibilità e non solo, si dice chiaramente che questa è la “nuova” condizione che il cristianesimo ha reso possibile.
Non solo, ma questa “grazia” in cui il mio cuore si è trovato spalancato non è che l’increspatura dell’onda più grande e continua che può essere per l’uomo la vita vissuta ogni giorno mano nella mano con Dio.
Un programma di vita che ingolosisce chi, come me, ha colto ormai in modo cristallino l’impermanenza.
“Non vi chiamo più servi ma amici”.
Questa è la novità.

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