Bucefalo

Riassunto delle puntate precedenti

Bucefalo.

Bene, potremmo indugiare parecchio ancora nel descrivere “il tunnel”, cioè lo stato intermedio fra i due mondi (esterno ed interno) abitato dalla coscienza, e forse lo faremo ancora.

È il caso però di cominciare a parlare di quell’altrove cui ho accennato qui. Esiste una libertà, che è la natura stessa della coscienza, che aspira a qualcosa che apparentemente non si riesce mai a vivere attraverso gli oggetti dell’esperienza (ovvero tutto quello che dal mondo interiore e da quello esteriore “appare” nella nostra coscienza).

Ebbene, se questa libertà esiste, vuol dire che le corrisponde “qualcosa”. Ricordate? la sete è l’acqua. Qualcosa che va oltre una visione del mondo limitata e insoddisfacente, ma che come una eco di un appetito ancestrale ci chiama alla sua ricerca.

Ora, benché a me appaia evidente che se esiste la sete allora esista anche l’acqua che la può placare, se qualcuno ritiene di voler capire meglio questo passaggio, me lo faccia sapere.

Per poter andar oltre il mondo “sensibile” (interno o esterno non fa differenza), oltre al dover supporre che esista un altrove, altrettanto reale, ma apparentemente impercettibile, si deve e si può fare di più.

È convinzione comune che nella coscienza “appaiano” solo oggetti di esperienza che provengano dai sensi esterni o interni (intendendo per essi pensieri, emozioni e simili). Dunque, questo mondo ulteriore, sovrasensibile, che dovrebbe essere al di là della nostra esperienza diretta per come la conosce l’uomo medio, sembrerebbe irraggiungibile all’esperienza.

L’unico suo aspetto tangibile nell’esperienza sarebbe quel desiderio di pace, libertà, felicità che sentiamo dentro e che pare proprio non essere mai veramente soddisfatto dai due mondi fino ad ora descritti.

Partendo da ciò. il dato di partenza che almeno possa esistere qualcosa al di là dei due mondi diventa un dato assodato.

Dove sta la nostra coscienza rispetto a queste dimensioni?

Non sappiamo dire dove si trovi la nostra coscienza che pare poter contenere dentro di sé sia i suoni, i colori, sia i pensieri e i ricordi. Essa li può contenere entrambi benché paiono mondi separati.

Potrebbe essere un terzo stato delle cose nel quale si traduce in “esperienza” ogni cosa in cui entriamo in contatto? infatti la differenza tra un suono ascoltato e uno non ascoltato è la sua apparizione nell’esperienza. La coscienza è il punto zero di cui ho parlato qui, un luogo dove le esperienze dei vari mondi convergono.

La nostra natura, la libertà, anch’essa presente nel punto zero, punta a qualcosa che sta oltre il sensibile proveniente dai due mondi (interiore ed esteriore).

Un altro mondo.

Ora, per praticità e come ipotesi di lavoro, propongo di chiamare quello “il mondo spirituale”.

In questo modo per tutti sarà facile confrontarsi con esso come qualcosa che non sia semplice oggetto dei sensi interni o esterni, benché sia ancora poco definito.

La mia esperienza nello studio del mondo spirituale (così inteso) è che sia più semplice partire da un corpus di conoscenza già consolidato invece di costruirne uno ex novo attraverso lo studio puramente personale. Che moltissimi uomini prima di noi lo abbiano già studiato e si siano già interrogati sulla sua natura in base ad una specifica tradizione ci guida e orienta, anche se ci limita un pochino.

Ho attraversato anche io la fase del “fai da te”; e nonostante abbia avuto grazie questo viaggio alla “n’do cojo cojo” molte belle esperienze, non sono riuscito a ritrovarmi alla fine in mano una conoscenza sistematica e funzionale.

Studiando e lavorando all’interno di una tradizione consolidata, invece, ho potuto intervenire sulla mia narrazione (trattata qui e qui) in modo più radicale ed efficace.

Un giorno parlerò forse di come ho girovagato fra esoterismo, new age, complottismo, ecc., ma ora qui riporto solo le due esperienze tradizionali che ho fatto e di due ne sceglierò una.

Una è il buddhismo tibetano (meraviglioso) e l’altra è il Cristianesimo Cattolico (su cui mi sono fermato e tuttora sto).

Non dico che una sia meglio dell’altra. Avviso solo i viaggiatori che quando parlerò di spiritualità (come risposta a questa sete) lo farò attraverso la tradizione cristiano cattolica. Siete avvisati.

Non è l’unica via (non può esserlo), ma è una via ben strutturata che conta migliaia, se non milioni, di successi, se così possiamo chiamare i santi e le persone che nella storia si sono susseguiti.

Nella cultura Buddhista ci sono altrettanti “risvegliati” con cui si può entrare in contatto attraverso gli studi e le pratiche, non lo nego certamente; io ho semplicemente scelto la tradizione che per me ha funzionato meglio. Tutti qui.

Bene, dunque da dove partire?

Se il mondo della coscienza ha la natura della libertà e se la libertà non pare appartenere ai due mondi conosciuti, dobbiamo supporre che la coscienza stessa consenta l’accesso al mondo spirituale.

Questo perché, la coscienza sembra essere a conoscenza di qualcosa che non riesce a sperimentare direttamente nei due mondi citati. È come se conoscesse una lingua di un paese nel quale non è mai stata; questo non è logico.

Dunque la coscienza – conoscendo la lingua del mondo spirituale: la vera libertà, la pace, la gioia, la piena soddisfazione – deve esserne o “esserne stata” parte.

Se ci apriamo all’esistenza di un mondo spirituale con cui la coscienza è o è già stata in relazione, quale potrebbe essere il punto di partenza?

I mondi interiore ed esteriore sono retti da una intelligenza o dal caso; sapete come la penso. Anche il mondo spirituale secondo il mio punto di vista non è retto da un gioco da dadi, ma vi è un’intelligenza al lavoro.

Magari è la vera casa della libertà cui aspira la nostra coscienza; probabilmente è la casa dove questa libertà è possibile conoscerla davvero.

Ora, come viene chiamata questa intelligenza al lavoro nel Cristianesimo?

Ma Dio, ovviamente.

Come vedete, la divaricazione con il Buddhismo è inevitabile fin dal primo passo.

Alcuni si chiedono: Dio esiste oppure no?

Secondo me questa è una domanda irrilevante, perché quello che conta è il cammino che si può compiere, provando ad aver fiducia nella esistenza di un Dio. Supponendo che il sentiero porti al rifugio, si prova a percorrerlo e lungo la via, eventualmente, arriveranno le conferme che ci aiuteranno a capire se la strada è giusta.

Come ho accennato qui, si tratta di una scelta di campo.

Si vuole ritenere che l’universo e noi siamo frutto del caso oppure no?

Si vuole tentare di studiare il mondo attraverso l’ipotesi che vi sia una intelligenza alla base della creazione?

Ci sono, a mio avviso, alcuni indizi che puntano allo scenario in cui un Dio esista e, pertanto, ho ritenuto di prendere in seria considerazione tale ipotesi e partire per il viaggio.

Tornando a noi e al nostro schema, in cui la coscienza è assetata di libertà e gioia spirituale, proviamo ad affermare che guardando ad esse, data la loro lontananza dai mondi esteriore e inferiore, noi stiamo entrando in relazione con una sfera spirituale – divina.

Un mondo che non è solo dentro di noi; un mondo “altro” con cui la nostra coscienza assetata condivide parte della sua natura.

Questo spiega, secondo me, perché la nostra sete non si placa con i soli due mondi (che magari possiamo chiamare inferiori per praticità).

Riconoscere la nostra sete diventa prova di esistenza di un mondo sovrasensibile, e riconoscendo che questo mondo sia “intelligente”, prefiguriamo la possibilità di una relazione con esso utile al dissetarci. Una relazione con una alterità con cui condividiamo parte della nostra natura profonda.

Lascia un commento