Non per me (2).
Riassunto della puntata precedente
Sapevo che per me entrare in questi argomenti avrebbe di fatto generato una serie di post (se avessi tempo, voglia e non fosse del tutto inutile ci starebbe un bel libro).
È come se “toccare” questi argomenti generi nella mia corteccia cerebrale una serie di fuochi d’artificio dove vecchi e nuovi racconti si combinano in nuove formazioni che chiedono di essere espresse.
In ogni caso, credo che la funzione di riorganizzazione mentale che lo scrivere un post ogni tanto produce contribuisca alla mia salute mentale e pertanto va benissimo.
Nel post precedente ho messo in evidenza la cosa più ovvia e meno discussa dell’essere umano. Abbiamo una coscienza che si attiva dal mattino alla sera, che “vive” la nostra esperienza di vita e sa perfettamente di non appartenere ai due mondi fra cui si accende.
Da un lato il corpo-mondo-materia dall’altro la mente-inconscio-memoria.
A turno si affacciano “esperienze” alla coscienza (una montagna, un pensiero, una voce, una emozione) e tutto si “materializza” entro il campo di questa esperienza per produrre il film della vita.
Ovviamente, la coscienza non è testimone passivo, ma interagisce con le apparenze che popolano il campo della esperienza, le contamina, le cambia. Si aggancia ad un treno di pensieri gonfiandolo, amplificandolo, esplorandolo; produce parola, gesti ed interazioni.
Certo, ne può cogliere solo ciò che ne percepisce, purtroppo, come in una simulazione. Nessun oggetto viene mai visto in modo “oggettivo”, nessun suono ma davvero ascoltato, eccetera.
Si tratta pur sempre di un carcerato. Un amante di dolci in un mondo di snack salati.
Nello scoprirsi prigioniero però, il carcerato si rende conto di amare la libertà. Nel set di apparenze che popolano la sua coscienza nessuna è mai davvero duratura e pacificante, niente pare avere mai davvero il sapore della libertà.
Un fetta di torta, un orgasmo, una cerimonia di consegna di diploma vengono e vanno. La vita accade senza mai davvero quietare la sete di felicità duratura cui il condannato sembra essere chiamato.
Il carcerato è libertà, ma sembra non poterla vivere “attraverso” l’esperienza. Vuoi perché le esperienze mutano sempre, vuoi perché lui è consapevole che esse non entrano mai per davvero in contatto con la sua coscienza, ma sono “ombre” mediate come in un sogno.
“Solitudine” sembra essere la casa del carcerato che si libera scoprendo il proprio sè.
Per fortuna il viaggio non finisce lì.
Sarebbe triste, insensato e crudele fermarsi a quello.
Aver fame di gioia, pace, libertà e felicità in un mondo di surrogati inadeguati.
Per fortuna, come dico sempre la sete è l’acqua.
Se esiste la sete è perché esiste l’acqua.
Il continuare ad aver sete può sembrare una prigione (la prigione del deserto), ma in realtà è soltanto la naturale conseguenza dell’abbeverarsi alla fonte sbagliata. Come se bevessimo whiskey per dissetarci.
Dunque aver sete di libertà è libertà essa stessa; segno che non siamo fatti per la prigione. Bisogna dunque ammettere che il mondo interiore (fatto di pensieri-emozioni-memorie) e che quello esteriore (fatto di materia-percezioni) sono come il whiskey quando si ha tanta sete.
Inutile averci a che fare per dissetarsi. Non sono il male assoluto, sono quello che sono (con un certo grado di bellezza intrinseca, va detto), ma in quanto a sete sono davvero inutili.
La libertà c’è e va cercata altrove.
Il fatto che esista in noi la ricerca di quella cosa che mai si quieta nella vita del “mondo” indica qualcosa di rivoluzionario e mai abbastanza sottolineato.
Esiste una acqua purissima, da qualche parte, fatta proprio per la nostra sete.
Già, ma dove è questo altrove?
Esiste qualcosa al di là del mondo interiore, di quello esteriore e del sottile strato che è la nostra coscienza vigile fra i due?
Ovvio che sì.
Una risposta negativa a questa domanda ci condannerebbe ad una vita piuttosto insulsa e, in ultima istanza, priva di senso e significato. Per più di qualcuno è così.
Di recente, 3 persone che conosco, per ragioni diverse si sono tolte la vita.
Penso che il suicidio sia la risposta disperata di chi ha compreso nel modo più traumatico che in fondo i due mondi mostrano la loro natura impermanente e non dissetante nella vita, ma non hanno visto nient’altro oltre.
Si può allora sperimentare una notte oscura dell’anima così buia e profonda che alla fine non ci sia più spazio nemmeno per una scintilla di speranza.
Empatizzo fortemente con chi ha visto così bene il carcerato e la prigione e non ha avuto la fortuna di accorgersi di essere portatore di quella luce che tanto cerca nei due mondi (inutilmente). Non ha avuto la possibilità di vedere di “essere” la luce che si cerca.
E questo è un gran peccato.
Il post è di nuovo troppo lungo e, non so, credo farò almeno una parte 3.
Nel frattempo mi soffermo sulla domanda: “se esiste questo benedetto altrove oltre ai mondi sensibili e alla coscienza, cos’è?”.

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