Per molti, la spiritualità è simile a un regno fatato: un reame inventato e consolatorio, nato come risposta allo sgomento causato dalla nostra limitata comprensione del mondo.
In particolare, si ritiene che sia la ricerca di un significato nella vita, inevitabilmente destinata a concludersi con la morte, ad averci spinto a creare l’idea di Dio, o altre idee che spiegherebbero la natura delle cose e il loro senso.
Una risposta “inventata”, rassicurante, che con il tempo è diventata sempre più complessa.
Chi non considera la spiritualità, spesso la liquida come un insieme di teorie fantasiose che spiegano la realtà attraverso invenzioni e finzioni completamente scollegate dalla realtà.
E questo punto di vista è comprensibile. Si può affermare che questa visione materialista abbia un certo seguito. Certo, si basa su alcuni presupposti. Uno di questi è che, in tutta la storia dell’umanità, nessuna delle narrazioni spirituali sia MAI stata vera in alcun modo.
Tuttavia, la domanda di senso persiste. Si cerca di placarla attraverso la psicologia (intesa in senso generale) e le neuroscienze, che studiano il fenomeno partendo però da un altro presupposto: che tutto sia frutto del caso, della casuale combinazione di geni e comportamenti. In altre parole, che il senso e la direzione non esistano.
La domanda di senso non sarebbe altro che un “incidente” di percorso, come tanti altri, che conduce a un vicolo cieco. E qui molti discorsi si concludono.
I discorsi si chiudono, sì, ma la domanda rimane. Splendida, radiosa e insaziabile.
E, guarda caso, può portare le persone alla follia, alla depressione, alla tristezza.
Nel tentativo di trovare un senso alla propria esistenza, le persone si autocensurano, limitando il proprio orizzonte a un unico aspetto della vita, come il lavoro, la famiglia, la ricchezza o la fama, e cercano in essi un significato che trascenda la loro natura. Come se la morte non spazzasse via tutto nel giro di poche generazioni, e come se la fine dell’universo stesso non fosse destinata a cancellare ogni cosa. L’universo, inevitabilmente, diventerà un luogo freddo e oscuro.
La spiritualità, al contrario, getta il cuore oltre l’ostacolo. Assume come vero il presupposto che un senso esista e che la vita abbia un significato. L’esatto opposto della totale casualità.
E lo fa in modo arbitrario.
Il pensiero spirituale, a volte definito in modo quasi dispregiativo “pensiero magico”, presuppone che esista un significato intrinseco nelle cose e che gli esseri umani possano comprenderlo e interagire con esso.
Lo spiritualista cerca di interpretare la propria vita partendo dal presupposto che ci sia del vero nelle narrazioni spirituali. Così, ad esempio, Buddha potrebbe aver veramente raggiunto l’illuminazione, Cristo potrebbe essere veramente risorto, il Tao potrebbe essere veramente una via, e così via.
Come sarebbe la mia vita se queste non fossero solo tradizioni e invenzioni?
Conoscendomi, so di non poter vivere (letteralmente) accettando l’idea (possibile) che la vita non abbia un senso. Non posso accontentarmi di una visione che metta da parte la domanda e che, semplicemente, smetta di pensarci. Sarebbe come vivere ignorando di morire: un assurdo, in realtà.
Ritengo che un senso nella vita esista. Sono convinto che esso vada oltre il mio lavoro, la mia famiglia o le mie passioni. Ho scelto di scommettere sul fatto che sia possibile per me portare alla luce almeno una parte di questo senso nel tempo che mi resta e ho deciso di vivere ogni giorno attraverso la lente di una fede spirituale.
La mia vita è, per scelta, una questione che va oltre il “me”.

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